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Über das Marionettentheater, 1810.
Olivia Buttafarro

Eccelente, magico e immaginifico questo lavoro finale del workshop PIP 2010 diretto da Frank Soehnle. Fogli bianchi tirati da fili invisibili volano e si spostano nell'aria, creando quasi l'illusione di una città. Otto presenze disposte ai bordi del palco governano la gravità di quei pezzetti bianchi, li trattengono a sé per poi liberarli nuovamente nell'aria, li immobilizzano. Poi si sdraiano e li abbracciano, quasi un respiro all'unisono, tra corpi e fogli di carta.

Italiano, tedesco, francese e inglese si mescolano nella narrazione a capitoli di questo saggio sulla magia delle teatro di figura basato sul testo di Heinrich von Kleist. Così una marionetta dirige i movimenti degli altri attori impegnati ciascuno ad animare e spostare un sasso legato ad un filo. I movimenti del corpo umano seguono l'asse e l'equilibrio della marionetta in un'equilibrio che dà la percezione di un tempo e di uno spazio sospesi. Così una marionetta danza in scena in controluce con un fazzoletto bianco. Un ragno a sonagli, agile e leggero scende dall'alto e interferisce con il colore appena posato dal pennello su una tela bianca a centro palco. Infine rovescia il colore e può pasticciare la tela creando un'opera d'arte a sé.

Nessun oggetto è usato a caso. Se viene mostrato è perché è funzionale alla scena. Dalle sedie ai fazzoletti, ai supporti per la lettura che diventano anche passerelle per le meraionette, al telo usato come lavagna per scandire il tempo, ai fogli di carta. Così una marionetta prende vita dalla carta stropicciata che viene usata per comporre i suoi arti. E' animata da ogni lato grazie agli attori e ai fili invisibili che la governano e ritorna poi materia fino al suo smantellamento in tanti piccoli brandelli di carta. Specchi e giochi di luce sottolineano il parallelismo tra le pose del corpo dell'animatore attore e quelle della marionetta. Una maschera, e l'uomo diviene burattino.

Carta, legno, pietra, tutto si anima in scena. La materia è appesa e sospesa in un gioco continuo con la gravità. Due marionette scheletriche scendono dall'altpo e si rincorrono, in un'atmosfera che ricorda quelle create ad arte da Tim Burton. Un'altra marionetta, agganciata al corpo di un'attrice, danza con un ombrello all'unisono con lei, si muove leggera nello spazio e compie piroette e salti fino scomparire dalla scena. Tutto è attraversato dallo stupore, dall'equilibrio, dalla sperimentazione dei movimenti tra uomo e marionetta tesi a sfidare la forza che ci incatena a terra. Perché è come se l'intero spettacolo ci accompagnasse con stupore fino alla frase di Heinrich von Kleist : "La forza che li solleva in aria è maggiore di quella che li incatena a terra".

Über das Marionettentheater, 1810.
occhialcielo

Il secondo spettacolo mi ha risollevato il morale! Dall'inizio alla fine era evidente l'intento poetico e la necessità di essere di questa messa in scena corale. I gesti delicati, l'attenzione degli attori uno verso l'altro, la ricerca stilistica e visiva hanno sottolineato la storia semplice che veniva narrata: un famosissimo ballerino tedesco, nel 1810, si appassiona di marionette e ne va a studiare i movimenti, cercando di carpirne la bellezza e la tecnica. Insomma, un inno d'amore alle marionette, non solo nella scelta di utilizzarle come mezzo principale, ma anche nel renderle il focus del discorso. D'altronde, il titolo è "Über das Marionettentheater"!.

Vediamo dunque un alternarsi di bellissimi momenti corali, in cui si spiega con poche parole (finalmente!) la passione di quel ballerino per il teatro di marionette, a degli "assoli" delle marionette stesse (e scusate la ripetizione, ma non posso certo sostituire questo termine con burattini o bambole o pupazzi): creature alate che scendono dai cieli del palco, oppure ragni supersnodati, o "uomini" con la maschera. Quanta meraviglia nel vedere manovrare queste piccole opere d'arte! Anche i sassi e i fogli si animano! Gli attori giocano con le loro creature, si divertono, si vede che sentono proprio ciò che fanno.

Si esprimono in tedesco, francese, italiano, inglese, le lingue che probabilmente hanno parlato durante il loro workshop qua a Torino, e si fanno portatori di un messaggio. Difatti, il loro spettacolo non è un puro esercizio di stile, ma una ricerca sul concetto di grazia.

Ed è una ricerca che trasuda nella scelta visiva e nelle parole. Solo due esempi: verso la fine della rappresentazione, un attore, da solo, manovra una marionetta dagli arti sottili e scuri, di sembianze umane, che indossa una maschera bianca sul volto. Ecco che, in mezzo al palco, nell'ombra, la marionetta si leva la maschera e la posa sul volto dell'attore (dal quale non cade!); E ancora, un attore è inchiodato a terra con la sua marionetta da un sasso, cerca divincolandosi di liberarsene, di far librare in aria la sua creatura, ma è un'impresa impossibile e, appena un altro attore passa, gli lascia in braccio la sua creatura fuggendo.

Allora la domanda che viene posta è: dove finisce la volontà dell'uomo e dove inizia la potenzialità dell'oggetto? È l'uomo che la manovra o la marionetta che decide come farsi muovere? Sì, tutto sembra possibile, e la conclusione poetica ne è conferma (e vi chiedo di andare al di là delle castronerie di ottica che posso scrivere io. Considerate che nello spettacolo era detto nel modo corretto): "Quando si pone un oggetto davanti a uno specchio convesso, l'immagine è riflessa là dove esso si trova e poi si può rivedere solo all'infinito. Allo stesso modo, la grazia la si può trovare solo nella cosa più semplice oppure all'infinito: quindi o nella marionetta o in Dio".

Se non è amore, questo..

Damsdalvivo.org Lo spettacolo dal vivo in Piemonte raccontato dagli studenti del DAMS

 

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